L’OTTAVO SPRECO: E SE DESSE ORIGINE A TUTTI GLI ALTRI?

La filosofia del Lean Thinking ci insegna che gli sprechi sono costi, ovvero attività che non aggiungono valore al prodotto e che il Cliente non è disposto a pagare. Grazie alla lotta quotidiana agli sprechi le aziende riducono i propri costi. Grazie all’applicazione dei principi del miglioramento continuo queste aziende diventano eccellenti. Ma qual è la risorsa più importante di un’azienda? Facile: le persone. Sono le persone che creano i prodotti e che organizzano i processi. Sono le persone che sanno produrre ciò che i Clienti vogliono, al minor costo per l’azienda. E cos’è l’ottavo spreco? È lo “spreco dell’intelletto”, è il non utilizzare al meglio le capacità e la creatività delle persone. È il disingaggio, in altre parole l’affanno di concentrarsi unicamente sulle prestazioni dimenticando l’importanza di coinvolgere le persone e di ascoltarle per dare loro modo di esprimersi e fornire idee di miglioramento.

Sovrapproduzione, attese, scorte, trasporti, movimenti, eccesso di processo, difetti. Sono queste le categorie di sprechi che gli americani Jones e Womack hanno osservato nei loro studi negli anni ‘90 per capire come mai un’azienda giapponese, Toyota, stesse iniziando a vendere le proprie vetture in un paese dove Ford e General Motors la facevano da padroni incontrastati.

Nel tempo le aziende americane ed europee si sono adoperate per seguire il modello giapponese per ridurre ed eliminare gli sprechi, poiché questi hanno una connessione chiara ed oggettiva con i costi aziendali. Più scorte significa più immobilizzazioni, più difetti implica più rilavorazioni o scarti, più attese comportano tempi di attraversamento più lunghi. Ma agire solo sui ‘terribili 7’ basta per essere competitivi?

Oggi la differenza la fa la componente umana. L’ottavo spreco, lo spreco dell’intelletto, è senz’altro lo spreco più subdolo, poiché difficilmente quantificabile e legato, spesso, alla cultura manageriale del paese. Questo si concretizza nel momento in cui non si usufruisce della conoscenza o competenza dei propri collaboratori, non si fa formazione o si delegano mansioni non compatibili con le attitudini delle persone. Assegnare un compito routinario di inserimento dati a gestionale ad una persona dinamica e socievole è uno spreco, così come non condividere la propria esperienza e conoscenza con i colleghi.

Quali sono le cause? Di frequente il talento dei propri collaboratori è represso dalla politica aziendale che, nonostante i proclami, non riconosce il contributo delle persone come quello fondamentale per essere i migliori sul mercato. È il caso delle aziende in cui i manager danno gli ordini e i dipendenti eseguono le istruzioni. Qui i cervelli sono spinti rapidamente verso l’atrofizzazione, contribuendo alla diffusione di slogan come “non siamo pagati per pensare” e “abbiamo sempre fatto così”. La paura di sbagliare inoltre limita ulteriormente la possibilità di migliorare, portando tutta l’organizzazione ad un immobilismo che poco si coniuga con il mercato in continuo movimento come quello attuale. A volte invece le aziende credono davvero nelle persone, ma falliscono nel concedere il giusto tempo e le risorse per permettere il miglioramento: “il nostro principale problema è che non abbiamo tempo”. È palese che un’organizzazione in cui le persone dichiarano di non avere tempo per migliorare è destinata a replicare se stessa, i propri modi di fare, compresi gli errori. E se per il momento l’azienda mantiene un certo vantaggio competitivo ma non investe nell’innovazione o nel miglioramento perché non ne ha il tempo, è altresì chiaro che sarà destinata a farsi sorpassare dalla concorrenza, che al giorno d’oggi è in grado di colmare in pochi mesi i gap competitivi che sono stati creati nel corso degli anni. Con queste premesse sarebbe prematuro e imprudente introdurre i temi tipici dell’industria 4.0 – smart factory, tecnologie abilitanti, IoT, Intelligenza Artificiale – prima di intervenire sull’ottavo spreco.

Ma, tornando a noi, perché questo è definito spreco? Diverse ricerche dimostrano come ci sia un legame forte tra la soddisfazione del personale e le prestazioni economico finanziarie di un’impresa. Lo sviluppo delle persone è una delle leve più efficaci per farle rimanere, addirittura più della retribuzione. Inoltre uno dei principali motivi per cui i dipendenti lasciano un’azienda è la mancanza di opportunità di sviluppo, poiché possono interpretare la riluttanza di un datore di lavoro a investire in formazione come disinteresse per il loro sviluppo professionale.

“Train people well enough so they can leave, treat them well enough so they don’t want to.” – Richard Branson

Gli operatori sono coloro che all’interno dell’azienda conoscono meglio i Clienti. Interagiscono indirettamente con loro ogni giorno, poiché “toccano” i prodotti, sanno come potrebbero essere migliorati sia i processi che i prodotti, portando come effetto un aumento del livello di servizio al Cliente e dell’efficienza. Il punto è che si deve dare loro il modo e il tempo di farlo. Creare il giusto contesto per l’utilizzo dell’intelletto non solo per eseguire gli ordini e le istruzioni ma per capire come “cambiare per fare meglio”.

La responsabilizzazione e l’ingaggio dei dipendenti stimola la creatività e l’innovazione sul posto di lavoro che è necessaria per avere successo nel mercato di oggi. I dipendenti sono la risorsa più preziosa, non dateli per scontati. Sono i migliori ambasciatori del marchio e dei prodotti che propongono le vostre aziende. Di contro, i dipendenti che sono arrivati al punto in cui non hanno più interesse a rimanere in azienda non prenderanno di certo l’iniziativa per risolvere i problemi e finiranno per trattare i Clienti nello stesso modo in cui vengono trattati loro.

Se credete che i vostri collaboratori siano il bene più prezioso della vostra impresa create un ambiente di lavoro appropriato, ascoltateli, date forma alle loro idee e fornite loro gli strumenti e il supporto per svolgere efficacemente il loro lavoro.

I dipendenti sono il cuore pulsante dell’azienda. E se il cuore smette di battere … cosa succede?